Memoràndum#1: Riccardo Ambrosi

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La Rubrica è una “stanza” dilatabile atta ad ospitare conversazioni immaginate, convogliare lavori concreti.

Ogni mese sarà ospitato un/a illustrator* in una conversazione resa per filo e per segno intorno ad un tema che non sarà immediatamente rivelato.
Come nei pittogrammi rupestri, prima il solco e il segno poi la scrittura.
Ad una settimana dalla pubblicazione dell’opera dell’artista ospitato, verrà pubblicata la traccia intorno a cui opera e conversazione/intervista sono state prodotte.

L’illustratore di questa seconda puntata è Riccardo Ambrosi

Foto: ©Riccardo Ambrosi

Il tuo fiato riposa sotto il cielo d’agosto.
– Cesare Pavese poesie tratte da: La Terra e la Morte –

Ricordami dove abito. Non sono bravo ad esistere né ad andare. /Approdo.

 

Nei tuoi lavori spesso ricorrono figure con teste di animale isolate in interni che fanno da contrasto ad altri lavori in cui gli interni sono abitati da più persone, o addirittura vuoti e colmi di eco. Esiste una connessione tra queste rappresentazioni? Mi spiego, io immagino, vedendo quello che fai, un grande stabile abbandonato, le cui stanze “ospitano” a cicli alterni i tuoi personaggi, che nonostante le diversità, hanno delle intime correlazioni, in primis quella appunto di condividere lo stesso spazio, e talvolta, gli stessi silenzi.

Credo che tutte le forme e rappresentazioni di uno stesso illustratore, pittore o scultore, per il semplice fatto di essere nate dalla mano del medesimo artista, siano inevitabilmente connesse. Le immagini che creo condividono uno stesso spazio, convivono in esso. Ad ognuna il suo angolo, sottoscala, ripostiglio o stanza di, come lo hai definito tu, “un grande stabile abbandonato”. Rinchiuse tra queste quattro mura vengono chiamate a mostrarsi. Sì, condividono silenzi, ma non necessariamente “muti”. Per qualcuno potrebbe sembrare un cliché, ma il silenzio ha la capacità di fare molto più rumore di quanto immaginiamo. Perché ci viene concessa la possibilità di prestare ascolto a tutti quei rumori nascosti, o che spesso nascondiamo. Suoni, grida, sussurri, risate che chiedono e meritano di essere ascoltati. Quel che cerco di fare sul foglio bianco è liberarli dalle quattro mura di questo stabile in carne ed ossa.

Se ci fosse, nelle stanze di cui sopra, o magari già c’è, una musica, un rumore, un sottofondo sonoro, quale sarebbe?


Mentre realizzo un’immagine penso sempre ad un sottofondo sonoro. Lo lascio risuonare nella mia testa in loop, come se fosse una giostra; fine corsa, monetina, si riparte. Questo suono è quel che ai miei occhi differenzia e caratterizza una determinata immagine dalle altre. Che sia un jingle, il rumore di passi, il canto delle cicale, un respiro, un rubinetto che perde. Ma il rumore di quella goccia che cade mi è impossibile descriverlo. Ad ogni mio interlocutore risuonerebbe in testa l’eco della propria goccia, inevitabilmente diversa da quello di chiunque altro. Vorrei che coloro che osservano le mie immagini non provino a sentire i miei suoni, ma rivivano i propri.

Quale animale ha preso il posto della tua testa?

Sinceramente non penso di potermi limitare ad uno soltanto. Ora come ora il contrario mi spaventerebbe. Certi giorni mi specchio e vedo sulle mie spalle la testa di un leone, altri giorni quella di un topo. A volte la testa di un pesce, con tanto di boccia, altre quella di un cane rabbioso. Credo sia piuttosto normale. Non lo so. Forse arriverà un giorno in cui queste teste smetteranno di alternarsi.
E tu? Quale animale ha preso il posto della tua testa?

 

Riccardo Ambrosi

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