Memoràndum#0: Caticardia

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La Rubrica è una “stanza” dilatabile atta ad ospitare conversazioni immaginate, convogliare lavori concreti.

Ogni mese sarà ospitato un/a illustrator* in una conversazione resa per filo e per segno intorno ad un tema che non sarà immediatamente rivelato.
Come nei pittogrammi rupestri, prima il solco e il segno poi la scrittura.
Ad una settimana dalla pubblicazione dell’opera dell’artista ospitato, verrà pubblicata la traccia intorno a cui opera e conversazione/intervista sono state prodotte.

L’illustratrice di questa prima puntata è Caticardia

Foto: ©Caticardia

Davvero, vivo in tempi bui.
Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
– Bertolt Brecht : A coloro che verranno/ An die Nachgeborenen

Che sogno è quello che vivo senza chiudere gli occhi mi pare di non aver voluto dormire per paura di restare, ferma, a pensare  che non è tempo per sognare, ma il reale è  distorto nell’illusione che possa finire. /Abbaglio.

 

Nei tuoi lavori è più il nero che divora il bianco o il bianco che si concede al nero?

Aja, bella domanda! Nei miei disegni credo sia decisamente più il nero che divora il bianco. Ho sempre pensato, e in molti lo hanno confermato, di avere l’horror vacui nei confronti della superficie incontaminata del foglio.   
Solitamente il vuoto viene associato a un grande buco nero; io, quando disegno, lo percepisco in modo opposto: un vuoto bianco e piatto. Forse è proprio questo il motivo per cui sento la necessità di riempirlo di segni. Infatti, i soggetti dei miei lavori sono spesso soffocati dallo sfondo. Come se, partendo da quella stessa paura del foglio bianco e vuoto, sentissi la necessità di ricrearlo e trasformarlo in un vuoto pieno.   
Nonostante ciò, devo riconoscere che il bianco fa la sua parte, cerco sempre di trovare un giusto equilibrio tra i due.   
In sintesi: quando c’è troppo bianco mi maledico, quando c’è troppo nero mi maledico, e invece, le volte che mi sembra di aver trovato un giusto equilibrio, quando il nero divora il bianco che, a sua volta, si concede al nero… lo stesso, mi maledico, magari per qualche altro motivo. È  la prassi.

Io ho sempre letto il tuo nome Caticardia come composto da Cati e Càrdia , due anime compagne amiche accelerate che corrono incessantemente  a formarne una, pronte a scindersi all’occorrenza, ma comunque inseparabili per necessità.  Smontami il film, o confermamelo.

Ti confermo il film e, al tempo stesso, lo smonto per ricomporre alcuni pezzi.   
Sì esatto, il nome Caticardia è composto da Cati e Càrdia, due anime compagne, non sempre amiche, nemiche a volte. Un gioco di parole nato dal termine Tachicardia, al quale ho sostituito “Tachi” con “Cati” (Caterina), un po’ perché mi suonava bene, ma soprattutto perché racchiude in breve la mia personalità.   
Avevo la tachicardia già da prima che nascessi, quando ero ancora protetta nel pancione di mia mamma. Da quel momento in poi non mi ha più lasciata, è rimasta fedele e molesta a ricordarmi quanto io sia una persona ansiosa e sensibile alle cose.   
In un disegno a vignette, che mi ritrae con il cuore in mano, lo spiego in poche parole: “Sento tutto – sento troppo”.   
Quindi sì, due anime compagne amiche, nemiche a volte, sempre accelerate, che corrono incessantemente a formarne una, senza mai però riuscire a scindersi, perché inseparabili per necessità fin da prima della nascita.

Cosa vuoi fare da grande?

Il pensiero del futuro mi mette un po’ d’ansia (strano eh).   
Quello che so è che vorrei assecondare le mie passioni e continuare a fare le cose di adesso, quindi creare, disegnare, stampare…   
Mi piacerebbe lavorare nell’ambito dell’illustrazione o in un laboratorio di arti grafiche, legato alle pratiche dell’autoproduzione, del Do It Yourself.  
In realtà non vivo l’idea del futuro con ambizione, piuttosto, sento la necessità di voler portare avanti ciò che amo. 
Pensarmi grande è faticoso, senza tutto questo sarebbe un po’ triste.

 

Caticardia \ Caterina Del Balzi

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